VALENTINA'S BLOG


ADDESTRAMENTO DI CANI DA SALVATAGGIO

CANI DA SALVATAGGIO IN ACQUA

La Protezione Civile ha un ramo specializzato in soccorso e salvataggio affiancate da Unità Cinofile addestrate e brevettate per intervenire in tutte le situazioni di pericolo per la vita umana in mare, fiumi, laghi anche a mezzo di elicotteri. 


Anticamente sui pescherecci spesso c’era un cane che, oltre a essere usato per la guardia, quando la nave era in porto, in navigazione era il primo a gettarsi in acqua al grido “uomo in mare”
 I cani che possono distinguersi in questa disciplina potrebbero essere dei meticci senza alcuna nobile genealogia.


A loro viene richiesta solo una buona taglia (almeno 30 Kg.)  propensione per l’acqua, obbedienza ed equilibrio, ma sopratutto devono essere veri atleti che dimostrino una grande resistenza in acqua.

Ideali sono i cani di Terranova, i Labrador chesono particolarmente predisposti, anche per via delle zampe palmate ed i Gold Retrievers.

Per “Unità cinofila” non si intende solo il cane, ma il cane ed il suo “conduttore” che quando lavorano devono essere un solo corpo.

Cani e conduttori vanno a scuola insieme.

Tutti e due sosterranno insieme l’esame per il brevetto e l’intesa deve essere massima: devono capirsi con uno sguardo, perchè in emergenza non c’è tempo da perdere. 

La predisposizione a buttarsi i acqua e nuotare non basta, c’e’ bisogno di un serio addestramento. Il corso di primo livello dura un anno e mezzo ”, ma la formazione per un buon cane da salvataggio, impiegato ai massimi livelli, dura circa tre anni.

Fisicamente potenti, decisi, nuotatori provetti per natura, addestrati specificatamente per il soccorso dell’uomo in acqua: sono 200 i cani bagnino della Scuola Italiana Cani Salvataggio, in possesso del brevetto riconosciuto dal Ministero dei Trasporti. Collaborano con la Croce Rossa, la Protezione Civile, l’Aeronautica Militare. 

Venti di loro, della sezione Tirreno, sono quotidianamente operativi sulle motovedette della Capitaneria di Porto di Civitavecchia, strategico punto di snodo e di traffico.

Questi prodigiosi compagni a quattro zampe si tuffano da gommoni in corsa o da elicotteri ed affrontano il pericolo con l’unico obiettivo di salvare chi è in difficoltà.


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Homo faber refers to humans (Homo sapiens) as controlling the environment through tools. Henri Bergson (1907), defined intelligence as the “faculty to create artificial objects, in particular tools to make tools, and to indefinitely variate its makings.” Friedrich Engels (1896) went further…

- I CASTORI E LE DIGHE

I castori sono animali sociali. Nelle zone isolate, dove il cibo è abbondante, una comunità di castori comprende molte famiglie. La tana del castoro ha una struttura unica nel regno animale. Ne esistono tre tipi diversi, a seconda che siano costruite su isole, sulle rive di stagni o sulle sponde di laghi. La tana sull’isola è costituita da una camera centrale, con il pavimento appena sopra il livello dell’acqua, e due entrate. Essa viene costruita con ramoscelli, erba e muschio, intessuti insieme e impastati con il fango, e aumenta gradualmente di dimensioni per le riparazioni e le elaborazioni effettuate dal castoro anno dopo anno. La camera interna può misurare 2,4 m in larghezza e fino a 1 m in altezza. Il pavimento è coperto di corteccia, erba e schegge di legno; inoltre, a volte vi sono speciali ripostigli aggiuntivi. Le tane costruite negli stagni possono sorgere a poca distanza dalla riva o in parte sopra di essa, con il muro frontale orientato verso lo stagno. Le tane dei laghi sono costruite sulle rive più riparate.


Le dighe, utilizzate dai castori per ampliare l’area intorno alle loro tane e aumentare la profondità dell’acqua, sono costruite con ramoscelli e tronchi d’albero, oppure, più solidamente, con fango, rami e pietre. Con il passare del tempo le dighe vengono riparate e ingrandite, e i materiali galleggianti che rimangono impigliati nella struttura, nonché le radici della vegetazione che cresce sopra di essa, servono a rinforzarle ulteriormente. Spesso il castoro costruisce, più a valle, una diga più piccola per fare rifluire l’acqua contro la diga originale, riducendo, in tal modo, la pressione a cui quest’ultima è sottoposta a monte. Le dighe sono alte circa 1,5 m, larghe più di 3 m alla base e più strette in cima. Nel parco nazionale delle Montagne Rocciose, in Colorado, venne trovata una diga costruita da un castoro, lunga più di 300 m. I bacini artificiali dei castori attirano pesci, anatre e altri animali acquatici. Sebbene le dighe provochino locali inondazioni, esse aiutano a controllare il volume delle acque di superficie e riducono le inondazioni a fondo valle. A lungo andare, questi bacini si riempiono di sedimenti e gli animali si spostano allora verso una nuova zona. L’area abbandonata si trasforma in un prato.


Sebbene il castoro sia un potente nuotatore, quando si sposta sulla terraferma è sgraziato e ha difficoltà a trascinare i tronchi e i rami di cui si serve come cibo e materiale da costruzione. Pertanto, spesso i castori scavano dei canali per collegare il loro bacino artificale alla zona dove crescono gli alberi da abbattere. Molti canali sono larghi e profondi fino a 1 m e spesso sono lunghi alcune centinaia di metri. Il legname che galleggia viene, quindi, fatto scendere lungo il canale fino al bacino artificiale. Alcuni esperimenti indicano come il rumore dell’acqua corrente sia un elemento che induce il castoro a intraprendere la I castori sono stati a lungo cacciati per le loro pellicce: nel XVIII e nel XIX secolo ogni anno venivano esportate dal Nord America centinaia di migliaia di pelli, usate soprattutto per la fabbricazione di copricapo. I castori venivano anche uccisi a causa dei danni che provocavano alle foreste e per le inondazioni a volte causate dalle loro dighe. L’intensa carneficina spinse i castori sull’orlo dell’estinzione, sia in Europa che in Nord America. Oggi il castoro è stato reintrodotto e ha cominciato a reinsediarsi con successo in Canada e in alcune aree protette degli Stati Uniti. Ancora oggi a volte questi animali sono considerati nocivi, soprattutto nelle aree suburbane degli Stati Uniti orientali.


RAPPRESENTAZIONI IN FILOSOFIA

In filosofia per rappresentazione s’intende: sia il contenuto stesso dell’azione rappresentativa, sia l’atto del rappresentare, cioè percepirecoscientemente, nell’ambito della sensibilità esterna, un oggetto con le sue caratteristiche sensibili , ad esempio una cosa, oppure avvertire, nell’ambito della sensibilità interna, come oggetti interni, emozioni, passioni, fantasie ecc.

Storia del concetto 

Filosofia antica 

Platone nella Repubblica [1] sostiene che la rappresentazione (eikasìa) è un’immagine simile alla cosa reale da cui proviene e che si riflette nell’anima.

Aristotele, nell’ambito del processo conoscitivo d’astrazione per la formazione dell’universale, ritiene che la rappresentazione (phantasia) sia qualcosa di intermedio tra la sensazione e il concetto [2]

Filosofia medioevale 

Nella filosofia tomistica d’ispirazione aristotelica si riprende il metodo astrattivo come procedimento del conoscere e si conferma con S.Tommaso [3] che la rappresentazione, oltre che a dare un’immagine sensibile della cosa reale, è tale per cui rende presenti nella coscienza, con un’azione volontaria della mente, anche le cose assenti.

S’innestava a questo punto la nota disputa sugli universali per cui, contrariamente ai tomisti, i nominalisti consideravano la rappresentazione come il semplice, astratto segno, simbolo, della cosa reale.

Filosofia moderna 

Per Cartesio non c’è sostanziale differenza tra le rappresentazioni e le idee: che siano innate, avventizie [4] o fittizie [5], hanno una presenza reale, di una realtà che riguarda l’essenza e non le caratteristiche contingenti della cosa rappresentata, nello spirito [6]

Nasce a questo punto la questione affrontata durante tutto il pensiero moderno che mette in discussione la convinzione cartesiana che riduceva le rappresentazioni a sinonimi delle idee: esiste veramente una corrispondenza tra la rappresentazione, che rientrerebbe nella psiche interna all’uomo, e la realtà, fatto esterno alla soggettività dell’uomo stesso?

Si ripropone l’antico problema che segna la nascita del pensiero filosofico del rapporto fra il soggetto, unico e irripetibile, e l’oggetto, il mondo esterno.

Per l’empirista Hume la vera realtà è costituita dalle impressioni, fatti percettivi forti, che riguardano sia le sensazioni, sia quelle percezioni interne che sono le emozioni, le passioni ecc.; le rappresentazioni invece, le idee cartesiane, non sono altro che una copia sbiadita, una risonanza delle primitive impressioni.[7]

Leibniz e la gerarchia delle monadi 

Con Leibniz la discussione filosofica sulle rappresentazioni conosce le sue prime connotazioni psicologiche.

Ogni corpo è monade e tutto quello che avviene e che riguarda la monade uomo avviene e riguarda tutte le altre monadi: ma che differenza c’è tra la monade uomo e tutte le altre monadi?

La vita rappresentativa non coincide con la vita cosciente, percepire è diverso da accorgersi: dobbiamo cioè distinguere la percezione delle monadi più elevate da quella delle monadi meno elevate, cioè meno coscienti.
Tra noi e una roccia c’è, alla fine, solo una differenza di coscienza.

Ma anche in noi non tutto è cosciente. Leibniz afferma che noi abbiamo delle piccole percezioni che assimiliamo inconsciamente proprio perché sono molto piccole. La percezione cosciente è il risultato della somma delle piccole percezioni.

«Da mille indizi noi possiamo essere sicuri che ci sono in noi, in ogni momento, innumerevoli percezioni senza appercezione… più efficaci di quanto sembra…e anche le percezioni avvertibili derivano per gradi da quelle così piccole che non si possono avvertire» [8]

Così il rumore del mare in fondo è il risultato del rumore delle piccole onde che, essendo piccole percezioni, noi assimiliamo inconsciamente.

Quindi ci sono monadi coscienti e monadi incoscienti che hanno percezioni così confuse da risultare apparentemente inerti ma, in effetti, anche loro sono centri di forza e hanno una vita rappresentativa, molto inconscia, ma reale.

Ogni monade è quindi diversa e estranea alle altre ma, poiché tutte hanno una vita rappresentativa, alla fine costituiscono un’unità universale pur nella molteplicità.

La materia come inconscienza 

Cartesio aveva assimilato tutta la conoscenza alla res cogitans mentre la res extensa era l’opposto della vita cosciente, non aveva niente a che fare con la vita del pensiero e di tutto ciò che non è materia.[9]

Ora Leibniz estende la vita spirituale anche alla materia che, come monade centro di forza, ha una sua vita interiore, magari inconscia ma, non più passiva ed inerte come quella che veniva attribuita tradizionalmente alla materia.

Esiste quindi una gerarchia di monadi che dipende dalle caratteristiche della percezione delle monadi.

Nell’anima quindi troviamo degli oggetti costituiti da rappresentazioni oscure e confuse (le sensazioni), da rappresentazioni chiare ma confuse (le immagini), da rappresentazioni chiare e distinte (i concetti).[10]

Il primo gradino è quello delle monadi per cui nessuna rappresentazione è cosciente. All’ultimo gradino c’è Dio per il quale niente è oscuro.

Il pensiero del XVIII e XIX secolo

Così come lo intendeva Leibniz il concetto di rappresentazione (Vorstellung) arrivò, passando per Wolff, nell’ambito della filosofia tedesca del 700 e dell’800.

Per Kant, Reinhold, Herbart, rappresentazione stava ad indicare l’attività rappresentativa della coscienza.

La scuola idealistica tedesca riprese invece l’idea che la rappresentazione fosse qualcosa di intermedio tra la sensazione e l’intuizione, rispetto a cui vantava una caratteristica di superiore generalità, e il concetto, nei cui confronti aveva però un aspetto di maggiore particolarità: la rapprsentazione quindi, meno particolare della sensazione, meno universale del concetto.[11] La rappresentazione nasceva poi per una spontanea attività dello spirito piuttosto che per un meccanismo di somiglianza con la sensazione originaria.

Nella sua opera Il mondo come volontà e rappresentazione, Schopenhauer riprende da Kant i concetti di fenomeno e noumeno. Il fenomeno è il mondo come appare a noi mentre il noumeno è la cosa in sè, la realtà come veramente è. Anche per Schopenhauer il fenomeno è parvenza, illusione, sogno. Le forme a priori della nostra coscienza (spazio, tempo, causalità) alterano la realtà facendocela vedere in modo diverso da come essa veramente è. Il fenomeno è il prodotto falsificato della nostra coscienza. Per questo il filosofo tedesco afferma che il mondo è la mia rappresentazione, un “velo di Maya” illusorio che mi separa dalla vera realtà noumenica.

Pensiero del XX secolo 

Questa concezione di una creatività rappresentativa dello spirito venne accentuata da Octave Hamelin [12] e da Benedetto Croce [13]

La scuola fenomenologica, in contrasto con quella associazionistica e sperimentale di Alexander Bain, Wundt e Ribot, riprese e rinforzò la tesi di un’attività autonoma della rappresentazione che svolgeva la funzione di dare senso ai semplici dati sensibili da cui si originava.

Husserl 

Rifacendosi al principio di intenzionalità del pensiero medioevale, Husserl rifiutava l’idea che il compito della coscienza fosse semplicemente quello di riprodurre qualcosa, ma essa esprimeva invece la capacità di intendere, capire, il senso profondo della cosa stessa e non dunque di originare una rappresentazione come qualcosa distinta dall’oggetto, come un segno, una copia, più o meno aderente all’oggetto stesso [14].

Teoria questa di Husserl ripresa poi a fondamento dell’analisi strutturale della rappresentazione operata dalla Gestaltpsychologie.

Sartre 

L’intera questione fu ripresa e sistemata da Sartre [15] secondo cui è errato concepire la coscienza come una sorta di palcoscenico, una «scena» su cui recitano la loro parte, apparendo e scomparendo tra le quinte, «oggetti» che interpretano immagini e rappresentazioni.

Rappresentare non vuol dire interiorizzare nella coscienza qualcosa di esterno ad essa ma è un intenzionale interesse della coscienza nei confronti dell’oggetto reale che nello stesso tempo viene reso non esistente, come nulla. L’oggetto rappresentato dalla coscienza viene sopraffatto nella sua esistenza e reso reale solo dalla rappresentazione, per cui se la sensazione e la percezione per esserci hanno bisogno della realtà dell’oggetto questo non accade per le rappresentazioni che, per le capacità creative d’immaginazione dello spirito umano, possono esserci anche in assenza dell’oggetto stesso.

 

 

Challenge for the first week

cogsci2010:

Your challenges:

What is a representation for the Computational Theory of Mind, and in what is it different/similar to the concept of representation that is used in (semiotics, linguistics, etc. free choice for the comparison)?

What is a scientific theory of the mind (of the mental life); and in what is it similar/different in their components/structure to theories of other natural phenomena like the ones occurring in physics, biology?

pick one

L’approccio computazionale

In questo lavoro il problema dell’attenzione selettiva spaziale verrà affrontato attraverso il cosiddetto approccio computazionale. Tale ‘etichetta’ può essere utilizzata in due differenti accezioni:

· affinché una teoria sia computazionale in senso debole è sufficiente che rispetti il criterio di computabilità;

· affinché una teoria sia computazionale in senso forte è necessario che il problema sia affrontato in base all’epistemologia prescrittiva dei tre livelli di Marr.

Nel paragrafo 2.1 definiremo il criterio di computabilità; nel paragrafo 2.2 introdurremo la teoria computazionale dei tre livelli di Marr; nel paragrafo 2.3 la teoria di Marr, che si riferisce alla progettazione di un sistema artificiale, verrà adattata allo studio die sistemi biologici.

 

Il criterio di computabilità

«Lo scopo della scienza cognitiva è di spiegare come funziona la mente. Parte della forza di questa disciplina risiede nella teoria della computabilità, poiché se una spiegazione è computabile, allora è coerente a prima vista e non dà troppe cose per acquisite. Se poi è la teoria giusta oppure no dipende da come si adatta ai fatti, ma almeno sarà riuscita ad evitare vaghezza, confusione e la fascinazione mistica di vuote formule verbali» (Johnson-Laird, 1990, pag. 31).

Il criterio di computabilità è un criterio epistemologico secondo cui, per essere scientifica, una teoria della mente dovrebbe essere descrivibile nella forma di un algoritmo . Più precisamente il criterio di computabilità è sufficiente (anche se non necessario) affinché una teoria della mente possa considerarsi scientifica.

Nella sua accezione debole l’approccio computazionale ha, nei confronti della psicologia, un rapporto in qualche modo paragonabile a quello che intercorre fra la matematica e la fisica: la descrizione algoritmica costituisce un linguaggio formale nel quale le funzioni psicologiche possono essere tradotte.

 

La teoria computazionale di Marr

La progettazione di un sistema artificiale deve avvenire, secondo Marr (1985), attraverso differenti livelli di analisi:

1) al primo livello (livello della teoria computazionale) la prestazione del meccanismo è definita in termini funzionali, specificandone le proprietà formali e valutandone l’efficacia. Il processo è definito esclusivamente dai vincoli a cui è soggetto, e dunque due meccanismi che compiono la stessa operazione sono, a questo livello, equivalenti. La teoria computazionale deve dunque chiedersi:

a) che cosa fa il sistema;

b) perché lo fa, ovvero qual è lo scopo della computazione;

2) al secondo livello (livello della performance) il meccanismo è definito in termini di algoritmo e di rappresentazione. A questo livello il modello si propone di definire come la computazione avvenga:

a) la definizione dell’algoritmo consiste nella specificazione delle operazioni necessarie ad eseguire il processo;

b) la definizione della rappresentazione consiste nella specificazione della codifica delle informazioni coinvolte nel processo;

3) al terzo livello (livello dell’hardware) si stabilisce come la rappresentazione e l’algoritmo possano essere realizzati nell’architettura fisica del meccanismo.

 

I tre livelli nella integrative neuroscience

La teoria di Marr si riferisce alla progettazione di sistemi artificiali. Affinché una funzione biologica possa essere analizzata nei tre livelli è necessario che vengano stabilite due questioni: la possibilità di affrontare la questione in termini di scopi e la relazione fra secondo e terzo livello (algoritmo e sistema nervoso centrale).

 

Gli ‘scopi’ del meccanismo

«… una delle proprietà fondamentali caratteristiche di tutti i viventi  è quella di essere oggetti dotati di un progetto, … proprietà alla quale daremo il nome di teleonomia. … Tutti gli adattamenti funzionali degli esseri viventi … realizzano progetti particolari che si possono considerare come aspetti o frammenti di un unico progetto primitivo, cioè la conservazione della specie. … Tutte le strutture, le prestazioni, le attività che concorrono al successo del progetto essenziale saranno quindi chiamate ‘teleonomiche’.» (Monod, 1970, pag. 22 e 27).

A livello della teoria computazionale un meccanismo viene definito in base allo scopo per cui viene progettato. Sebbene sia del tutto naturale attribuire uno scopo ad un meccanismo artificiale è utile spendere alcune parole in merito alla legittimità di una simile attribuzione alle funzioni biologiche. In merito a questo argomento assumeremo la posizione espressa dal biologo Jacques Monod e riassunta nella precedente citazione; se le strutture o le funzioni proprie degli esseri viventi sono, direttamente o indirettamente, finalizzate alla sopravvivenza dell’individuo e della specie, la loro comprensione implica una spiegazione formulata anche in termini di determinismo teleologico : nel nostro caso una teoria dell’attenzione deve spiegare anche perché l’attenzione esiste, ovvero lo scopo del meccanismo.

Le risorse del meccanismo

Una volta stabilito lo scopo di una funzione è necessario definire le risorse di cui dispone. Nella progettazione ex novo di un meccanismo è possibile scegliere la macchina che meglio si addice ad eseguire il progetto; ma il nostro fine non è quello di costruire un meccanismo nuovo ma di capire un meccanismo già dato, e per fare questo dobbiamo determinare le risorse di cui esso può disporre, se non altro per eliminare, da subito, ipotesi non plausibili. La sequenza logica propria della progettazione di un sistema artificiale viene dunque rovesciata nello studio di un sistema biologico: in questo caso la macchina fisica è già data ed essa costituisce un vincolo al quale un modello computazionale si deve attenere.

E’ interessante notare come le teorie dell’attenzione siano da sempre sensibili a questo fatto: le teorie classiche (non a caso definite teorie dell’attenzione per risorse limitate) identificano il limite nel numero di processori, la features integration theory nel tipo di codifica delle informazioni.